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L'acqua
dell'Atlante nelle "Khettara
Marrakech:
la
città delle acque nascoste e del sapere idraulico
Si
è detto dell'Egitto che fu un dono del Nilo. E si è tentati di dire,
di una città come Marrakech, che anch'essa fu il dono delle sue
Khettara (gallerie drenanti sotterranee), sebbene non sia percorsa
da nessun grande fiume. Ma l'idea di gratuità, di manna dal cielo
e di ricchezza acquisita senza sforzo che evoca la parola dono,
ci impedisce di utilizzare tale concetto a proposito dell'evoluzione
di una città che è riuscita, nel corso di nove secoli della sua
storia, a costruire pazientemente una delle reti più dense di gallerie
drenanti sotterranee. Osservando la carta dei Khettara, elaborata
all'inizio dell'epoca coloniale, ci si rende conto dell'enorme lavoro
compiuto e delle spese sostenute per la costruzione della rete idraulica
sotterranea di Marrakech. Questa rete, costruita a mano dall'uomo
come le piramidi dell'Egitto, s'impone oggi all'ammirazione e dà
alla capitale del sud l'apparenza di una città fondata su un oceano
di acqua dolce. A quando risale la rete idraulica di Marrakech e
della sua regione? Come si è formata? Come si è evoluta nel tempo?
La risposta a queste domande ci spinge a studiare la storia dello
sfruttamento non solamente delle acque sotterranee, ma anche di
quelle superficiali.
Alle
origini della rete idraulica di Marrakech
La
ricerca delle origini ci porta all'XI secolo che ha conosciuto l'avvento
della dinastia almoravida (1061-1147) e la creazione della città
di Marrakech (1071). Prima di questa data, la pianura era abbandonata
alla vegetazione selvaggia formata da giuggioli spinosi, pistacchi,
palme nane e olivastri. Gli uadi dell'Atlante (Ourika, Riraya, N'Fis…)
finivano nelle bassure paludose prima di gettarsi nel Tensift. É
al centro di questo scenario che gli Almoravidi hanno scelto di
insediare i loro accampamenti. Con la prospettiva data dall'analisi
storica, ci si accorge come l'ubicazione della città fu assennata
e perfettamente adatta ai vincoli dell'ambiente e della topografia.
Marrakech fu costruita in un luogo sufficientemente lontano dal
Tensift e dalle acque stagnanti che lo circondano, vicinissima all'Uadi
Issil, che costituisce un drenaggio naturale del troppo pieno d'acqua
e a una distanza dalla montagna tale che essa poteva assicurarsi
la maggior parte delle risorse idrauliche trasportate dagli uadi
dell'Atlante. Certamente, tutti questi vantaggi non sono apparsi
immediatamente ai pianificatori dell'epoca. Ma la storia della valorizzazione
dell'Haouz non farà che confermare, a posteriori, la giustezza della
scelta degli Almoravidi di rivolgere l'attenzione ad un sito collocato
all'incrocio di enormi giacimenti idraulici. Tuttavia prima di prendere
in considerazione le acque dell'Est, la capitale nascente ha cercato
di sfruttare le potenzialità più accessibili e meno costose. Così
si è passati progressivamente dai Sâniya (macchina a tazze) alla
Khettara (galleria drenante sotterranea) e dalla Khettara all'era
dei grandi canali e dei canali d'irrigazione trans-tribali.
Dalla Sâniya alla Khettara: la preminenza delle acque nascoste
La
priorità accordata allo sfruttamento delle acque sotterranee si
spiega innanzitutto con cause fisiche e naturali. In effetti, si
sa da poco, che la falda freatica dell'Haouz decresce da sud verso
nord, passando dai 60 metri del limite sud ai 10 metri nel limite
nord. Circa il 40% della pianura si trova così in una zona dove
il tetto della falda raggiunge una profondità inferiore ai 10 metri.
Significa che le condizioni idrogeologiche erano, sin dall'inizio,
favorevoli all'orientamento della pianificazione nel senso di un'utilizzazione
del patrimonio di ciò che gli ingegneri idraulici del medioevo chiamavano
acque nascoste. La lettura dei documenti storici e archeologici
ci indica che la dinastia almoravida si è accontentata, ai suoi
inizi, dell'acqua estratta dai pozzi, grazie a delle macchine a
tazze azionate dall'energia animale. Questa tecnica ad alto rendimento,
in grado di assicurare i bisogni di un accampamento o uno sfruttamento
di sussistenza, non poteva più rispondere alle esigenze di una città
come Marrakech, divenuta la capitale di un impero che si estendeva
sul Sahara, l'Africa del Nord e l'Andalusia. D'altro canto, é la
creazione di questo impero che permette alla civiltà almoravida
di integrare l'apporto di nuove tecniche idrauliche importate dalle
province orientali e diffuse, da uno o due secoli, nella Spagna
mussulmana. Sappiamo che gli Arabi disponevano, già nei secoli IX
e X, di conoscenze tecnologiche che apriranno la via alla diffusione
della tecnica rivoluzionaria delle Khettara e dei grandi canali
(o canali d'irrigazione). Per quanto riguarda la fondazione della
rete delle gallerie drenanti sotterranee di Marrakech, abbiamo la
testimonianza insostituibile dello storico e geografo arabo Al-Idrîsî
che fa risalire la costruzione della prima Khettara all'epoca del
Califfo almoravida Ali Ibn Yûsuf (1106-1143). " L'acqua della città
che serve a irrigare i giardini - scrisse - fu ottenuta grazie allo
sfruttamento di un sistema ingegnoso messo in opera da Ubayd Allah
Ibn Yûnus al-Muhandis. La realizzazione di questo artificio fu facilitata
dall'esistenza di una falda freatica molto vicina alla superficie.
Ubayd Allah Ibn Yûnus al-Muhandis (l'ingegnere) è venuto a Marrakech
dopo la sua fondazione, quando non si trovava nella città che un
solo giardino di proprietà di Abû l-Fadl, il servo del Principe
dei Credenti del quale abbiamo parlato (cioè di Ali Ibn Yûsuf).
L'ingegnere si diresse verso la parte più elevata del terreno che
dominava il giardino e vi costruì un pozzo quadrato di grandi dimensioni
da dove fece partire, per far fluire alla superficie, una canalizzazione
sotterranea scavata in continuo. Aiutato dall'uso della livella,
andò nella direzione della parte inferiore scavando dall'alto in
basso e progressivamente fino a che l'acqua fuoriuscì all'aria aperta
e arrivò al giardino per scorrere notte e giorno, senza interruzione.
Pertanto, quando un osservatore osserva il terreno, egli non nota
una differenza di altezza sufficiente per giustificare l'uscita
dell'acqua dalle profondità e la sua apparizione in superficie.
Solo un conoscitore può comprendere il principio di funzionamento
di questa tecnica di sfruttamento delle acque sotterranee. E questo
principio attiene essenzialmente al buon livellamento del terreno
". Grazie alla testimonianza di Al-Idrîsî si può notare come la
costruzione della prima Khettara di Marrakech fu un'opera di alto
livello tecnico. La scelta del sito, le proporzioni dei pozzi madre
e l'utilizzazione dei mezzi di livellamento, tutti questi aspetti
mostrano - un secolo dopo la pubblicazione del manuale idraulico
di Al-Karajî - che la creazione dei qânat continuava ad essere nel
mondo arabo-mussulmano una professione specializzata, esercitata
essenzialmente da tecnici e uomini di mestiere. In merito all'identità
dell'ingegnere che fu all'origine dell'introduzione della tecnica
delle Khettara a Marrakech, l'autore fu ugualmente molto esplicito.
Si tratta proprio dell'ingegnere arabo Ubayd Allah Ibn Yûnus, originario
di al-Andalus (Andalusia). Questo ingegnere fu largamente ricompensato
dal Califfo almoravida che " gli diede del denaro, abiti e lo colmò
di regali durante la durata del suo soggiorno a corte ". "Gli abitanti
di Marrakech, aggiunge Al-Idrîsî, avendo compreso l'interesse di
questa realizzazione si sono messi a scavare la terra per ottenere
l'acqua e convogliarla ai loro giardini. L'azione fu tale che i
frutteti e i giardini si sono moltiplicati. Ciò ha contribuito al
popolamento della città e al suo abbellimento ". Se il carattere
urbanizzatore della Khettara appariva evidente in questa testimonianza,
ricordiamo ugualmente, fra i fattori di riuscita di questo sistema
idraulico, un certo numero di capacità tecniche che permettono di
assicurare una portata dieci volte superiore a quella della saniya
e di irrigare una superficie almeno quindici volte più estesa. Malgrado
il progresso compiuto dagli Almoravidi nel campo dello sfruttamento
delle acque sotterranee, non si può parlare in quest'epoca della
nascita di un progetto di sistemazione idro-agricola esteso a tutta
la regione dell'Haouz. La durata di questa dinastia è stata troppo
breve? Occorre cercare delle spiegazioni nell'origine sahariana
della dinastia e le sue propensioni più mercantili che agricole?
In ogni caso, un fatto rilevato da P. Pascon ci sembra importante:
gli Almoravidi, essendo stranieri nella regione dell'Haouz, non
hanno potuto disporre di una base tribale sufficientemente estesa
e duratura per lanciare un vasto programma di pianificazione delle
acque di Marrakech. É mancato qui quel consenso di cui parla M.
Marié, necessario per realizzare ogni politica di grandi interventi.
Il
progetto idraulico almohade: il tempo dei grandi canali (o canali
d'irrigazione)
L'epoca almohade (1130-1269) è caratterizzata dall'emergere di un
potere centrale molto forte, sostenuto da un'ideologia religiosa
unitaria e che si assicura, dall'inizio, il controllo delle tribù
di montagna che si sono insediate lungo il Dir (regione pedemontana)
dell'Alto Atlante. É il controllo delle istituzioni tribali, che
permetterà il passaggio da una strategia fondata sullo sfruttamento
delle acque sotterranee a un piano d'intervento più elaborato che
prevede non solamente la derivazione dei corsi d'acqua, ma anche
il trasferimento di risorse idrauliche da una regione all'altra.
Come ha potuto nascere questo piano ambizioso nello spirito dei
pianificatori dell'epoca? Abbiamo parlato del controllo delle istituzioni
tribali come condizione per l'intervento. Si può ugualmente evocare
l'interesse personale che i sovrani almohadi, soprattutto Abd-al-Mu'min
(1133-1163) e suo figlio Abû Ya'qûb (1163-1184) dedicavano ai grandi
lavori idraulici. Poi c'è la costruzione di un Impero dai vasti
confini: un Impero che ha bisogno di un progetto incentivante e
federativo, insomma di un modello ideologico che permetta di ammirare
tutta l'opera di una civiltà. Le fonti storiche ci raccontano, d'altronde,
l'esistenza di un imponente corpo di Genio Civile, formato da ingegneri
idraulici, architetti, impresari e da parecchie corporazioni di
mestieri che servono il Principe e lo seguono nei suoi frequenti
spostamenti tra Marrakech e l'Andalusia ed é probabilmente in quest'ambito
che ha origine il progetto di sistemazione delle acque della pianura
dell'Haouz.
In
cosa consiste questo progetto?
Gli almohadi continueranno, inizialmente, lo sforzo di utilizzo
delle acque sotterranee, conferendo alla tecnica delle Khettara
un'estensione che non aveva mai raggiunto in passato, almeno nella
regione dell'Haouz. Poi, probabilmente per delle ragioni legate
alla pressione demografica e al progresso dell'urbanizzazione, il
loro sguardo si rivolgerà verso le acque dell'Oruika. Questo fiume
si distingue dagli altri per il fatto che offre, oltre una portata
idraulica abbondante, le condizioni più favorevoli allo sviluppo
dell'agricoltura irrigua. A partire dall'Ourika, gli ingegneri almohadi
hanno scavato un canale chiamato Tasoultant (o canale reale) che
trasportava l'acqua per più di venti chilometri e permette di irrigare
le terre, di bagnare i giardini reali, di far funzionare differenti
macchine idrauliche e, alla fine del percorso, di assicurare il
rifornimento di acqua potabile alla città di Marrakech. Questa fu
la prima opera idraulica ad uso multiplo. Dopo questa realizzazione
che aprirà la strada all'estensione del sistema dei canali di irrigazione
nell'Haouz, tutto il progresso in materia di sistemazione idro-agricola
è consistito, a nostro avviso, nella concezione e collocazione di
un dispositivo ingegnoso che permette il trasferimento delle acque
dell'Uadi Lakhdar verso la pianura della Bahira, per una distanza
di circa 100 km. Si tratta del canale detto al-Ya'qûbiyya, dal nome
del sovrano almohada Abû Ya'qûb che ha costruito grandi acquedotti
non solamente nell'Haouz di Marrakech, ma anche nel Souss, a Rabat,
Ceuta, Gibilterra, Cordova e Siviglia. Così si conferma, secondo
noi, la dimensione mediterranea del progetto almohade che cercava
di integrare nella stessa rete le provincie del nord e del sud dell'Impero.
Per quanto riguarda il canale della Ya'qûbiyya, i testi più tardi
parlano di un progetto a carattere prevalentemente regionale dove
lo scopo e di connettere l'Haouz settentrionale con la città di
Safi, sulla costa atlantica. Al di fuori di questi testi laconici
le testimonianze archeologiche ci permettono di ottenere delle informazioni
più precise. Grazie alle ricerche effettuate da Charles Allain verso
la fine degli anni quaranta, si sa che il canale Ya'qûbiyya ha la
sua presa nello uadi Lakhdar che drena anche una parte delle acque
Tessaout, attraversa gli Jbilet lungo il varco di Gaïno e prosegue
il suo cammino fino alla pianura della Bahira, nei dintorni della
località di Sidi bou Othmane. L'autore ha potuto seguire il tracciato
del canale per la maggior parte del suo percorso (90 km.) e localizzare
le opere artificiali che gli permettevano di superare le valli d'impluvio.
La Séguia (canale d'irrigazione) misura 4 metri di larghezza, 70
centimetri di profondità e veicola una portata di flusso che permette
di irrigare una superficie stimata di 3.000 ettari. Se oggi è difficile
chiarire la questione se la Séguia Ya'qûbiyya si prolungava o meno
fino ai dintorni di Safi, ricordiamo almeno l'ambizione di un progetto
che concepiva, per la prima volta, la pianificazione idraulica e
agricola in un'ottica di equilibrio regionale, prendendo l'acqua
dove si trova in abbondanza e trasportandola in un luogo dove può
essere più utile. Nel trasferimento dell'acqua è stato privilegiato
l'asse est-nord-ovest. Questo indica che Marrakech all'epoca aveva
sufficienti risorse idrauliche per non pensare di deviare delle
acque giudicate troppo lontane e costose. I sovrani almohadi, che
erano dei costruttori di khettara e di séguia regionali, hanno compiuto,
nel campo dell'idraulica, uno sforzo che ancora oggi ci fa apprezzare
quell'impresa. Oltre alle grandi opere di captazione e distribuzione
delle acque nascoste e superficiali, bisogna ricordare gli enormi
bacini di riserva costruiti nei giardini reali dell'Agdal e della
Ménara, la cui capacità d'invaso supera i 267.000 metri cubi. Questi
bacini avevano la funzione di assicurare la copertura di una parte
dei bisogni della città per l'acqua potabile e di irrigare i frutteti
durante il periodo estivo. In totale, attraverso questo complesso
di opere idrauliche, gli Almohadi sono riusciti ad irrigare tra
i 20.000 e i 25.000 ettari suddivisi tra l'Houz e la Bahira. Il
canale Ya'qûbiyya assicurava, oltre all'irrigazione, l'approvvigionamento
d'acqua potabile di tutta una città presidio collocata sull'antica
rotta che i sovrani marocchini seguivano per recarsi a Fès e a Rabat.
Charles Allain ha scoperto in un sito desertico vicino a Sidi bou
Othmane (25 km. a nord di Marrakech) tutto un complesso idraulico
formato da dighe, bacini di decantazione e da 9 cisterne. Questo
complesso era destinato a captare le acque di ruscellamento e ad
incanalarle verso dei grandi serbatoi per soddisfare i bisogni dell'esercito
e delle carovane che si spostavano verso il nord. L'opera almohada,
eretta nella steppa della Bahira, ricorda per molti aspetti la tecnica
dei mawâjil dell'epoca aglabide. Si può citare nello stesso contesto,
la realizzazione del bacino di Gaba e dell'acquedotto dell'uadi
Ouaar a ovest di Taroudant nel sud del Marocco. Il bacino di Gaba,
di forma circolare, aveva un diametro medio di 250 m., una superficie
approssimativa di 50.000 m², per la profondità di un metro e una
capacità totale di 100.000 m³. L'acquedotto costruito sull'uadi
Ouaar aveva una lunghezza di 100 mt. Sostenuto da arcate di un'altezza
di 15 mt., costituisce un'opera ad uso multiplo e allo stesso tempo
monumentale. Tutte queste realizzazioni sono state documentate da
Paul Berthier e attestano lo sviluppo dell'ingegneria dell'acqua
nell'epoca almohade. Dopo questo periodo di grandi lavori, la regione
dell'Haouz è entrata in una lunga fase di sopore e di arretramento.
Occorrerà attendere la venuta della dinastia saadina nel XVI secolo
e degli Alauiti nel XIX secolo per trovare di nuovo il filo del
progresso dell'idraulica.
Le khettara di Marrakech: un patrimonio da preservare
Chi
visita oggi Marrakech e la sua regione, non manca di notare l'esistenza
di pozzi allineati su parecchi chilometri e distanti qualche metro
gli uni dagli altri. Questi pozzi nascondono, infatti, una lunga
galleria drenante sotterranea che va a cercare l'acqua nelle profondità
del suolo (20 o 50 metri) e la fa risalire all'aperto per semplice
effetto gravitazionale. L'acqua così captata viene raccolta in un
grande bacino e utilizzata per soddisfare i bisogni di irrigazione
e di approvvigionamento di acqua potabile delle città e delle comunità
rurali. E' questa galleria drenante sotterranea che si chiama khettara
o ayn a Marrakech, foggara nelle oasi sahariane e in Siria, qanât
in Iraq ed in Iran, karîz in Afganistan e falaj in Arabia. Anche
se scoperta durante l'antichità, la tecnica delle khettara ha avuto
un uso limitato. Sono gli ingegneri dell'Islam che hanno assicurato
la più grande diffusione di questo sistema, mai più eguagliata dopo
l'VIII e IX secolo. Viene stimato oggi in circa 30.000 il numero
di gallerie sotterranee in uso nel mondo. La loro lunghezza complessiva
è superiore a 100.000 km., più di due volte e mezza la circonferenza
della terra. La reti più estese di questi canali sotterranei si
trovano in Afganistan e in Iran. Le fonti storiche spesso tacciono
quando si tratta di datare gli avvenimenti tecnici. Nel caso di
Marrakech abbiamo avuto la fortuna di poter individuare più esattamente
l'epoca del trasferimento di questa tecnologia orientale e di conoscere
l'ingegnere che fu all'origine della sua diffusione. Si contavano
nell'XI e XII secolo, una cinquantina di gallerie che necessitavano
un investimento di più di un milione di giornate di lavoro facendo
appello a centinaia di specialisti (ingegneri idraulici, geometri,
livellatori e sterratori). Tutto un quartiere fu edificato nella
medina di Marrakech (Dchar Todgha) per assicurare la realizzazione
e il proseguimento tecnico di quest'impresa colossale. Si stima
in 20.000 il numero di ettari irrigati da questa prima rete di canalizzazioni
sotterranee. Una carta delle khettara, redatta all'inizio del XX
secolo, indica il contributo delle diverse dinastie marocchine (Almoravidi,
Almohadi, Saadiani, Aluiti) nell'arricchimento di questo patrimonio
idraulico.
Ricordiamo
qui i vantaggi multipli di questa tecnica e che spiegano la sua
adozione e diffusione su larga scala anche a Marrakech:
- in una regione caratterizzata da deboli precipitazioni annuali
(meno di 300 mm. all'anno) la tecnica dei khettara ha permesso di
sfruttare le falde sotterranee profonde e di portare l'acqua in
superficie per i differenti usi (agricoli e non agricoli);
- grazie al ritardo dell'infiltrazione, il massimo dei flussi coincide
spesso con la stagione secca, quando il bisogno d'acqua si è maggiore;
- la regolazione del livello della falda freatica mediante una utilizzazione
che segue la corrente;
- disponibilità d'acqua pura e potabile con una temperatura ideale,
fresca d'estate e tiepida d'inverno;
- stabilizzazione e sedentarizzazione della popolazione nei pressi
delle canalizzazioni;
- sviluppo della solidarietà di fatto nella gestione collettiva
dell'acqua; - contributo alla conservazione delle specie acquatiche;
- mantenimento dei paesaggi caratteristici del palmeto e dei giardini
di periferia della città.
Gli
ingegneri della colonizzazione francese (1912-1956), che non mancarono
di rilevare alcuni di questi vantaggi, promettevano un avvenire
alla tecnica delle khettara; allo stesso tempo, però, vennero introdotte
le motopompe che diventarono alla lunga gli strumenti predatori
della falda freatica e crearono le condizioni di un progressivo
abbandono dei canali sotterranei. Un censimento del 1918 documenta
ancora l'esistenza di 350 khettara in esercizio, nel raggio di 15
km. attorno alla città di Marrakech. Fino all'inizio degli anni
settanta c'erano ancora 567 khettara nell'intera regione dell'Haouz,
delle quali 500 attive, capaci di erogare 5.059 litri al secondo.
Se si collegassero capo a capo queste gallerie, esse totalizzerebbero
quasi 900 km. di lunghezza. Un'inchiesta realizzata nel 1985-86
dalla DRH (Direzione della regione idraulica di Marrakech) su un
campione di 37 khettara, ha rilevato la distruzione di più della
metà di questo potenziale e la diminuzione della resa del resto.
Attualmente più dell'80% di questo patrimonio risulta distrutto
o prosciugato. Le cause di questo degrado sono numerose, ma si possono
riassumere in due punti essenziali:
- supersfruttamento della falda freatica mediante un pompaggio moderno
spesso illegale eprivo di regole. All'epoca della fondazione di
Marrakech il livello della falda freatica si situava a 5 mt. di
profondità, oggi questo livello si trova a più di 50 mt.;
- parallelamente all'azione meccanica del pompaggio, l'urbanizzazione
dei colonizzatori non tenne in alcun conto queste strutture idrauliche.
Per architetti e urbanisti, le khettara rappresentano solo delle
emergenze destinate a sparire dato che ingombrano i terreni da lottizzare
ed il risultato è una massiccia azione per interrarle, pavimentarle
e farle sparire. Ora che l'opera di distruzione è quasi compiuta,
resta qualche khettara attiva per la cui salvaguardia deve assolutamente
intervenire un piano d'emergenza.
Occorre
condurre un'azione di lungo respiro e colmare il vuoto giuridico
esistente, considerare certe khettara di Marrakech, soprattutto
le più antiche, come dei monumenti storici. In attesa dell'intervento
di queste nuove norme è dovere della municipalità, della comunità
urbana, dell'Agenzia Urbana e di tutti i gestori della città, di
mobilitare i mezzi necessari per:
- realizzare un inventario delle khettara esistenti;
- obbligare l'iniziativa immobiliare pubblica e privata a tener
conto del tracciato delle gallerie drenanti sotterranee e impedirne
il tombamento sistematico.
Non
dimentichiamo che le khettara attive, che si trovano ancora all'interno
del perimetro urbano rappresentano delle notevoli possibilità d'impiego
per la popolazione della città. Esse costituiscono anche degli mezzi
che consentono la proverbiale ricchezza orticola della città e i
valori paesaggistici più conosciuti. Farle sparire significa non
solo condannare a sparizione i rari spazi verdi che sopravvivono
a Marrakech, ma anche a confinare nella marginalità sociale, quella
parte di popolazione che vive di questo patrimonio e degli effetti
benefici che distribuisce.
Mohammed
el Faïz
Università di Marrakech
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